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martedì 1 luglio 2008

Vacanze intelligenti... in vespa

Non amo riprendere gli "scritti" degli altri, ma questo fantastico racconto, non potevo proprio non riportarlo.

Dal blog Berlinerblues di Giovanni Bogani:

L'arte di viaggiare. E quella di vivere.

Giorgio Bettinelli, navigatore solitario. In Vespa

Giorgio Bettinelli in Cina 7

Prendere una Vespa scassata, un giorno d'estate. Mettere la prima, andarci per un po', senza casco, in calzoncini e ciabatte, in una strada polverosa di Padangbai, in Indonesia. E prenderci gusto, vedere i bambini che ti salutano guardandoti come un matto. Prenderci gusto, e non fermarsi più. Fino a fare il giro del mondo. Dapprima un viaggio da Roma a Saigon, durato 9 mesi e quarantamila chilometri. Poi uno nord-sud dall'Alaska alla Terra del Fuoco. E infine un viaggio che attraversa tutti i continenti, e praticamente tutte le terre emerse. Traversando anche la Siberia, migliaia di chilometri senza neanche una strada, portando la Vespa sull'erba gelata, sulla terra.


Perché lui ha fatto tutto questo con una Vespa, una normalissima Vespa PX, quelle "con le frecce" che anni fa andavano di moda, e ora sono state superate nel design dagli scooter leggeri del nuovo millennio. Ma funzionano bene, le Vespe, eccome se funzionano. Giorgio Bettinelli, milanese, ci ha fatto tre volte il giro del mondo, senza praticamente sapere niente di meccanica. Neanche come si cambia una candela, o il filo del gas. E la volta che ha rischiato di morire non è stato per un pneumatico che scoppia o un motore che grippa, ma perché i guerriglieri congolesi lo hanno imprigionato e trattato come una spia. Condannato a morte. E salvato da uno di quei miracoli che, negli ultimi dieci anni, hanno aiutato il suo cammino.


Adesso, Giorgio Bettinelli ha attraversato tutta la Cina. Sempre con una Vespa. Ha fatto quello che Marco Polo forse non ha fatto. “Perché se fosse andato davvero a Pechino sarebbe stato incuriosito, affascinato dalla scrittura degli ideogrammi: e invece non ne parla. E sarebbe rimasto travolto dalla bellezza della Muraglia cinese. Come mai Marco Polo non ne parla mai? E come mai negli archivi cinesi non c’è traccia dei suoi quattordici anni passati alla corte del gran Khan? Magari hanno ragione i veneziani, che hanno chiamato il suo libro ‘Il Milione’ pensando a un milione di balle. Ma non mi interessa, questo. Ciò che volevo fare era conoscere un paese che è un intero continente. La Cina. Il paese forse più bello del mondo, il più spettacolare, il più fotogenico, il più contraddittorio. Dopo quattro anni che vivo in Cina, mi sembra di avere solo toccato la punta dell’iceberg. E più la percorro, più mi sembra che l’iceberg sia enorme. La parte sott’acqua”.


Il suo viaggio in Cina si è cristallizzato in un libro, “La Cina in Vespa”. Scritto in due mesi di lavoro matto e disperatissimo, per coagulare esperienze, incontri, sensazioni in trecento pagine di diario letterario. Qualcosa che ricorda i grandi libri di viaggio del secolo scorso. Anche se non ci sono più i cavalli, ma uno scooter Gran turismo e un laptop portatile. Il libro è edito da Feltrinelli, come i precedenti, “In Vespa”, “Brum brum” e “Rhapsody in Black”. Libri nei quali gli incontri contano più dei chilometri, le facce più delle strade, l’umanità più della meccanica.

“Sempre nel viaggio in Africa", mi dice quando lo incontro in piazza Santa Maria Novella, "Giorgio Bettinelli in Cina 4mi è venuta la malaria cerebrale. I sintomi li riconoscevo. Ma non potevo sapere che era quella la malaria più tremenda. Quella che in un paio di giorni o ci sei o non ci sei più. Sono entrato in un dispensario, il medico aveva schizzi di sangue sul camice. Mi prende una goccia di sangue, vede che è malaria cerebrale, gli chiedo: quante speranze ho di cavarmela? Dice: cinquanta per cento. ‘Se’ lei arriva al villaggio vicino, chieda all’ospedale una pasticca che io non ho. Quel ‘se’ me lo disse senza enfasi, come un dato di fatto. Potevo vivere o morire. Mi strinse la mano, e io me ne andai nella savana, sotto il sole, nel delirio continuo. Visto che sono qui a raccontarla, vuol dire che sono sopravvissuto…”.

Lo vedi nelle foto, e Giorgio Bettinelli non ha una faccia da folle, da invasato, da temerario. Sembra un po' Sergio Ferradini, quello di "Teorema". Magro, sorriso, baffoni, sguardo quasi timido. Non servono muscoli o pazzia per vincere una scommessa così grande. Forse serve di più la ragionevolezza, la capacità di risolvere i problemi senza perdersi d'animo. Giorgio Bettinelli in Africa, Australia, America latina, Siberia ci è andato con un paio di jeans, una Vespa… e una chitarra. "Non la stessa", precisa. "Qualche volta mi serve da antifurto: quando entrano, prendono la chitarra e lasciano stare il resto".


Con la chitarra, Giorgio Bettinelli ha scritto, strada facendo, centinaia di canzoni. Adesso ne ha messe alcune in un cd. Ha chiamato a raccolta alcuni amici musicisti, come Lucio Fabbri della Pfm, e ha intitolato il cd "Dovunque sia". In 254.000 chilometri in giro dappertutto, ha imparato molto più di musica che di meccanica: "ho ascoltato musiche etniche di tutto il mondo. In compenso, non ho mai un cacciavite con me". Appunti di viaggio non ne prende: aspetta gli intervalli tra un viaggio e l'altro, per recuperare tutto quello che ha dentro gli occhi, e scriverne.


Il primo libro, "In vespa", pubblicato da Feltrinelli, è stato un successo travolgente e inatteso. Tutti quelli in lista d'attesa per un viaggio o un sogno l'hanno comprato. E il successo ha spinto Feltrinelli a pubblicare anche il resto. "Brum brum" racconta i suoi successivi tre viaggi, compresa la prigionia fra i ribelli congolesi. E "Brum brum 2", di prossima uscita, chiude l'anello fino al presente. E nell'ultimo capitolo, fra un vagabondare e l'altro, senza fissa dimora per scelta, c'è anche una pagina importante: "tre mesi fa mi sono sposato con una ragazza taiwanese, quella a cui è dedicato 'Brum brum' ". Ma sposarsi non significa fermarsi, per lui. "In questi dieci anni continuati di viaggi", dice, "sempre mi ritrovavo riflessa allo specchio una faccia che mi piaceva. Una faccia che non avevo mai avuto, finché restavo a casa mia".


E così, ecco quattordici anni di strade, e di mani sulle manopoline di gomma di una Vespa, ogni giorno rischiato in strade piccole, con camion che ti buttano fuori strada. Con una fiducia incrollabile nella ragione e nel cuore della gente. "Non mi sono mai portato una tenda. Preferisco una camera d'albergo, anche miserrima. O persino bussare a casa di qualcuno. Ma così c'è un contatto umano. Un viaggio da solo è tutto meno che un'avventura solitaria", dice. "Uno che arriva da chissà dove, su una Vespa con una chitarra nel portapacchi, è impossibile non rivolgergli la parola". La vera solitudine, non lo dice ma di sicuro lo pensa, è nelle nostre città. Semmai, il vero dolore è perdere ogni mattina i luoghi e gli occhi che hai appena incontrato. "A volte, andarsene è come farsi tagliare un braccio. Ma mai disperare. Si va, ma magari dopo anni, si ritorna". E il suo libro è pieno di ritorni, di persone incontrate per un giorno, in posti sperduti del mondo, e poi ritrovate, dopo anni, come in una favola.

Giorgio Bettinelli dalla Terra del Fuoco 3

E il freddo, la pioggia, i fulmini, le malattie? "Quando piove, ti bagni e poi ti asciughi", dice. "Influenze vere, in dieci anni, nemmeno una. In compenso, per due volte ho preso la malaria, in Africa". Ma niente sembra avere scavato cicatrici in lui. Ei ti scopri a pensare che la vita può essere più pesante, e più dura, e più amara, proprio quando cerchi di viverla al riparo, dentro una casa riscaldata, cercando di evitare il vento, la pioggia e l'imprevisto. Bettinelli ha visto tutto il mondo, è passato indenne attraverso decine di guerre civili, ha parlato con gente di religioni, lingue, culture, opinioni politiche diverse. E ha imparato la fiducia nei suoi simili.


Ah, sì, anche un'altra cosa: a dire "grazie" in 354 lingue diverse. E adesso, è già pronto a ripartire.


Giovanni Bogani

venerdì 9 maggio 2008

Nostalgia del calcio andato

Forse è una sensazione comune. Sicuramente non sono il solo a provarla. Una piccola sensazione di nostalgia. Nostalgia per quel vecchio mondo del calcio che oggi non c'è più.
Guardo ai campioni di oggi. Ai loro atteggiamenti. Ai loro aspetti esteriori ipercurati quasi più di schemi e tattiche da riproporre in campo.

Sono luoghi comuni. Lo so. E' una sensazione che si ripete per ogni generazione. Man mano che il tempo passa, il calcio che fu, quello di quando eravamo bambini, lo ricordiamo migliore di quello attuale.

Ricordo le vecchie figurine Panini, dove i giocatori apparivano senza trucchi e ritocchi. Brutti, spettinati e butterati. Uomini.
Ricordo nomi improponibili, che oggi forse ti rallenterebbero la carriera perchè ridicoli.

Il maggiore rappresentante di questi era il povero Willy Pittana. Definito "jolly" dalla Panini, se non ricordo male. Jolly. Non molti erano i giocatori categorizzati con quel "ruolo". Chissà se veramente Willy Pittana e gli altri "colleghi di reparto" erano definiti tali per la grande duttilità tattica o perchè in realtà erano semplici gregari tappabuchi...chissà.
E chissà che fine ha fatto Oberdan Biagioni. Lo ricordo in una foto con la maglia del Foggia. Capelli corti e barba leggermente incolta. Il volto, sembrava quello di una persona appena scesa dal letto.
Sempre per rimanete il Puglia, in quegli anni giocava nel Bari il grandissimo Sandro Tovalieri, detto il cobra, che fece coppia per alcuni anni con Igor Protti. Protti me lo ricordo una volta a Striscia la notizia, non so per quale motivo, con delle improponibili bretelle.

Chi è passato dal tg satirico qualche anno fa, è il buon vecchio Felice Centofanti. Uno dei tanti ad aver indossato la casacca nerazzurra, che adesso è maglia prestigiosa, degna di essere indossata esclusivamente da campioni strappa-contratti multimilionari, ma un tempo, beh un tempo l'Inter era la squadra di tutti. Ogni anno prendeva giocatori da tutte le parti possibili ed inimmaginabili.
Detto di Centofanti, di botto mi vengono in mente Bia, Festa ed il clan dei biondi Andrea Seno, Mirko Conte e Davide Fontolan. Quest'ultimo è stato poco considerato ma ha compiuto uno dei gesti più eclatanti nella storia del calcio. Finito al Bologna, decise di abbandonare l'attività agonistica perchè non si riconosceva più nei valori del calcio di fine anni '90. Così dissero alcuni.
Di grandi valori, ma non tecnici, fu il grandissimo Francesco Dell'Anno. Dico grandissimo perchè fu anche merito suo se la Fiorentina riuscì a raggiungere la finale di Coppa Italia del '96.

Eccoci. La mia Viola. La Viola degli anni della gioventù. La Viola del roccioso Giovanni Piacentini, di Pasquale Padalino con le sue allegre "padalinate" (di cui Dainelli è il sicuro erede), di Danielone Carnasciali, convocato in nazionale solo in occasione di una sfigatissima amichevole pre-mondiale giocata nella ex-Jugoslavia, di Pusceddu, Luppi (al quale bruciarono la macchina), Iachini e Angelo Carbone. Ma altri giocatori meritano di essere ricordati, come Massimo Orlando (che si scaldava sotto la Fiesole e non entrava mai, tanto che una volta gli ultras gli cantarono: Massimino prende foco, Massimino prende foco!), Ciccio Baiano (che in un'amichevole alla Rondinella contro la primavera prese in pieno il palo con la testa), Anselmo Robbiati (mancino fatato) ed il "puro legno svedese" Stefan Schwarz, uno dei più grandi mediani passati da Firenze negli ultimi quindici anni.
Per non andare poco lontano, passando da Empoli, rimembro il leader azzurro Martusciello ed i rincalzi esportati a Firenze nel '99, Ficini ed il pizzaiolo Esposito. C'erano poi Pane, Cappelletti e Birindelli. Nomi strani.
Mai però quanto quelli di Gilberto d'Ignazio Pulpito e Ivano della Morte. Spettrali.

E non posso dimenticarmi di Luca Cavallo del Genoa, compagno dei vecchi lupi di mare Gennaro Ruotolo e Vincenzo Torrente. In quel Genoa ci fu anche il primo giapponese della storia del calcio europeo: Kazuyoshi Miura. Attaccante da 21 presenze ed un solo gol all'attivo nel belpaese.
E per rimanere sui nomi esotici come scordare Freddy Eusebio Rincon del Napoli, Faustino Asprilla con le sue capriole, Abedì Pelè, il giovane talento nerazzurro incompreso Kanu assieme al giovane talento rossonero incompreso Vieira.

Se oggi i campi di periferia sono ad esempio Empoli e Reggio Calabria, in quegli anni c'erano Piacenza, Reggio Emilia e Padova con "campioni" quali Goran Vlaovic, Ioan Ovidiu Sabau, Rastelli. Stroppa e Giuseppe Scienza. Nella Reggiana giocò anche il para rigori Taffarel, che approdò anche al Parma.
Nel Padova il portiere era invece il capellone Bonaiuti, che era un pò lo Storari di oggi. Tante parate impossibili prima della sistematica capitolazione.

In quel di Bergamo c'era un giovane Mimmo Morfeo, che una volta mi ricordo si presentò in diretta a Stadio Sprint dopo una grande partita condita da gol, con in braccio le maglie stirate e ripiegate dei compagni. Accanto a lui, un festante Mondonico lo iniziava alle prime chiacchierate con i giornalisti.

Altri tempi. Maglie dei portieri multicolore. Pantaloncini più stretti. Arbitri rigorosamente in tenuta nera. Come le scarpe dei giocatori. Gol che per vederli dovevi aspettare Bisteccone Galeazzi con il suo Novantesimo Minuto. Domenica sprint con Gianfranco De Laurentis e Antonella Clerici. Vianello, Pistocchi e la Elia a Pressing. Le sfide di Guida al campionato e la sigla di Jannacci a Quelli che il calcio, quando era una trasmissione seria. Massimo Alfredo Giuseppe Maria, Marino Bartoletti e le battute di Carlo Sassi. Le sigle di chiusura del vecchio Processo. Galagol. Gullit che balla intorno alla testa di Attilio Lombardo nella sigla di Mai dire gol. Mai dire gol.
I mondiali di USA 94. Le partite seguite su TMC. Caputi e Bulgarelli. La Bolivia, la Colombia. Alexi Lalas. Marco Pascolo. L'urlo di Maradona. La sua squalifica. La rivelazione Bulgaria. L'autorete di Escobar. L'assassinio di Escobar. La sconfitta dell'Italia contro l'Eire. Il gol ai supplementari di Baggio. L'espulsione di Pagliuca. Quella di Zola appena entrato. Il menisco rotto di Baresi. Il cul de Sac. Arrigo Sacchi. La finale persa ai rigori. Uno sconosciuto Ronaldo festante in panchina. Dunga che alza la coppa. Baggio e Baresi che piangono.

Quanti ricordi. Altri tempi. Oramai andati. Indimenticabili. Per me e per tutta la mia generazione. La generazione degli anni ottanta.

venerdì 25 aprile 2008

La bellezza di non sapere

Da Wikipedia:

La bellezza è una qualità delle cose percepite che suscitano sensazioni piacevoli, che attribuiamo a concetti, oggetti, animali o persone nell'universo osservato, che si sente istantaneamente durante l'esperienza, che si sviluppa spontaneamente e tende a collegarsi ad un contenuto emozionale positivo, in seguito ad un rapido paragone effettuato consciamente od inconsciamente, con un canone di riferimento interiore che può essere innato oppure acquisito per istruzione o per consuetudine sociale.

Nel suo senso più profondo, la bellezza genera un senso di riflessione benevola sul significato della propria esistenza dentro il mondo naturale.


Dalla mente di una piccola fanciulla:


Il cielo è grigio. Il natale è alle porte. Piove ininterrottamente ed il freddo trapassa dalle maniche dei pesanti giacconi, intorpidendo gli arti.

E' tempo di regali. E' tempo di shopping. Madre, padre e due piccole figlie aspettano l'autobus per recarsi in centro a fare acquisti. Trascorrono diversi minuti e questo non è ancora passato. Si mormora di uno sciopero in atto. Qualcuno si spazientisce. Sbuffi, imprecazioni e rinunce.

Le due bambine ingannano l'attesa facendosi i dispetti. Si rincorrono. La più piccola non ha più di cinque anni. Si avvicina alla vetrina di una passamaneria adornata ad hoc per le festività. Numerosi sono i fiocchi rossi sparsi quà e là. Lei li nota. Li fissa con intensità. Si volta verso la madre e le chiede a cosa servono. "Per bellezza" risponde la donna.
La bambina resta in silenzio per qualche istante. Continua a fissare la vetrina e chiede: cos'è la bellezza?
La madre sgrana gli occhi, guarda la figlia prima ed il marito poi. Sorride ed accarezza la sua piccola creatura, restando in silenzio...

martedì 1 aprile 2008

Una pecora bianca in mezzo a tante pecore nere

Oggi mi hanno raccontato la storia di un adolescente, un ragazzo "non qualunque".
Lui è bravo a scuola, lui ha vinto una borsa di studio per i suoi voti alti. Lui ama i computers. Lui vuole iscriversi all'università e seguire le orme di suo padre. Lui è forte, ha carattere, ha dei valori in cui crede fermamente. Lui non ha più amici.

Li aveva. Li frequentava. Con loro ha imparato ad usare il motorino. Con loro ha cominciato a vivere la propria indipendenza. Con loro ha provato a fumare e a bere. Ci ha provato perchè gli sembrava giusto farlo. Gli sembrava giusto provare, perchè nella vita se una cosa non la fai, non saprai mai come sarà. Gli sembrava giusto provare per non sembrare idiota agli occhi dei suoi amici e così lo ha fatto. Qualche tiro e qualche bevuta, per sembrare più grande. Per sembrare uguale agli altri. Per non sentirsi idiota.



Gli è bastato un attimo, un solo piccolo attimo, per capire che idiota, per non aver mai fumato e bevuto, non lo era affatto. Idiota si è sentito dopo aver emulato i suoi amici, perchè ha capito che a lui quelle cose non servono. Lui il divertimento non lo trova in quelle cose. Per lui divertirsi non è stare seduto sulla sella del motorino a fumare e bere alcolici. Lui ha capito che doveva fare una scelta. Difficile, ma l'ha fatta: abbandonare la compagnia. Non si riconosceva in loro. Non si identificava con loro. Non aveva niente da condividere con loro.

Si è allontanato ed ora si ritrova solo, piangente, perchè non ha più amici .
E' brutta la solitudine. In piena adolescenza poi, lo è ancor di più. Non aver nessuno con cui svagarsi, con cui giocare, con cui fare nuove scoperte, con cui condividere le proprie passioni, con cui trovare la giusta strada per crescere e formarsi.
Sua madre ha notato il suo disagio. Lo ha rimproverato. Forse non era il caso di troncare così nettamente i rapporti con i vecchi amici. Meglio avere qualcuno con cui stare, seppure controvoglia, che ritrovarsi completamente avvolto dal grigiore della solitudine. Cuore di mamma, da una parte va capita. Non è facile trovarsi di fronte un figlio, l'unico figlio, depresso ed in lacrime perchè senza amici. Ma lui, con quelle lacrime in volto, ha avuto la forza di risponderle con una frase che al giorno d'oggi, non molti, avrebbero il coraggio di dire e di pensare:


"Mamma, io sto male ma è meglio così. Ho provato a fumare. Ho provato a bere. Ho voluto farlo per non sentirmi idiota davanti a loro. Una volta provato però mi sono sentito ancora più idiota, perchè ho fatto cose che a me non piacciono proprio".

Quando mi hanno raccontato questa storia o meglio, questo piccolo episodio, ho provato una sensazione di tristezza. Poi, dopo alcuni attimi, ho sorriso. Ho sorriso perchè per fortuna, in mezzo alla grande quantità di adolescenti sbandati, privi di valori, di ideali e soprattutto di personalità, ho avuto la conferma che esiste qualcuno forte, capace di non lasciarsi schiacciare, capace di ragionare con la propria testa senza seguire come una pecora il proprio gregge solo perchè è il proprio gregge, capace di scegliere una via difficile, dolorosa ed in salita, ma che se affrontata con tenacia, caparbietà e forza di volontà, porterà sicuramente a qualcosa di buono. A qualcosa che non tutti sono capaci di raggiungere.

Forse troverete patetico quanto letto fino ad ora. Forse per qualcuno significherà qualcosa e per altri probabilmente niente. Io ho sentito il bisogno di parlarne semplicemente perchè è una piccola vicenda che mi ha toccato. Mi ha toccato perchè per quel che sento e che vedo in giro, la reazione di questo ragazzo è qualcosa di inusuale, purtroppo... una pecora bianca in mezzo a tante pecore nere.